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mercoledì 15 gennaio 2014

American Hustle - L'apparenza inganna


La truffa americana di "American Hustle" spiazza e coinvolge. Affilata ne è la sceneggiatura, dai dialoghi ricercati e dalle metafore azzeccate. David O.Russell, regista di film riusciti come "Il lato positivo" orchestra e ritma la trama con un' ironia ben dosata, che non sconfina mai nel grottesco, distinguendosi così da alcune pellicole dei fratelli Coen. Il cast è ricco di star dalle performance di livello elevato. Christian Bale è fisicamente simile ad un "Grande Lebowsky" privo di autoironia. Le due interpreti femminili si dividono equamente la perfetta rappresentazione di due facce della figura della donna nella sua evoluzione contemporanea: sensualità e dinamismo misto a furbizia e sensualità sposata ad uno stereotipo femminile maschilista.
Il protagonista Bradley Cooper, che domina le scene del cinema americano attuale, interpreta il ruolo che meglio si sposa col suo stile espressivo: l'ordinary man che si trova ad adattarsi a diverse codifiche della realtà ed a rimettere, dunque, in discussione le proprie verità.
Il cameo di Robert De niro conferisce un ulteriore tocco di classe.
Nonostante qualche sbavatura nel doppiaggio italiano, American Hustle è un film autentico con degna rappresentazione del cinema indipendente americano. 

lunedì 13 maggio 2013

Limitless

Inquadrature grandangolari, situazioni oniriche, lo sguardo "strammato", prendendo in prestito il termine da Camilleri, del protagonista Bradley Cooper, "Limitless" incarna il sogno dell'uomo contemporaneo nato o adattato all'era digitale. Mai la psicologia cognitiva ed il funzionamento della mente sono state al centro delle fantasie di onnipotenza umane. Se nel corso della storia evolutiva dell'uomo, la sua potenza è stata rappresentata dalla forza fisica (da Hulk a Superman, tanto per citare qualche esempio cinematografico), oggi il differenziale si è spostato sulle capacità mentali. Basta entrare in una qualsiasi libreria fornita per imbattersi nella prolificazione di testi sul potenziamento delle capacità mentali.
"Limitless" riprende in chiave contemporanea il mito dell'onnipotenza cognitiva, capace non solo di fronteggiare, ma di padroneggiare e finalizzare quel bombardamento di informazioni che la nostra mente quotidianamente nella normalità filtra. Se Nietzsche parla di Oltreuomo riferendosi a "colui che è sopra gli uomini e li schiaccia", determinando i propri valori, in "Limitless" l'unico valore è la conoscenza perchè strumento di potere. Del resto lo si vede anche nella quotidiana vita lavorativa come chi detiene maggiore conoscenza  (il tanto di moda "know how")  sia più propenso al successo, comparativamente parlando.
Trattandosi di un fantasy il tema è affrontato in chiave possibilistica conferendo ad un' ipotetica pillola incolore il potere di rendere chi la assume privo di ogni filtro e barriera mentale e dotato dell' illimitata capacità di elaborare e gestire le informazioni. Il percorso di Cooper non è però semplice, presto l'onnipotenza diviene una dipendenza dall'idea di onnipotenza, ergo una forma di droga.
Il regista traccia con grande capacità di sintesi e dinamismo una parabola esistenziale egregiamente interpretata da Bradley Cooper e, facendo gioco sul simbolismo tipico del genere fantasy, apre una pista veramente "limitless" di riflessioni sull'uomo, le sue ambizioni e le sue capacità.

lunedì 25 marzo 2013

Il lato positivo - Silver linings Playbook

Silver Linings Playbook è un film che regge per tutta la sua durata il difficile equilibrio tra commedia e dramma. Pat è un ragazzo nel fiore degli anni dallo sguardo perso nei suoi rabbiosi pensieri. Al contempo il suo corpo comunica una gran voglia di riscatto. I suoi pensieri sono ossessivi e circolari, una maniacalità che lo porta ad attacchi di panico  amorevolmente contenuti e gestiti da genitori. Il malinconico Robert De Niro perde la verve di pellicole su temi familiari di tutt'altro spirito come il celebre "Ti presento i miei". Si cala in una vestaglia da pensato fanatico delle scommesse pieno di rimpianti per non essere stato un padre all'altezza di un figlio divenuto così problematico. Niente patetismo e battute affilate disposte come una pietanza di pregio su un piatto di portata all'altezza. Mi riferisco in particolare alla scena del primo incontro di Pat e Tiffany. 
Lui ordina i cereali e lei il the. E' sera. 
Su questo sfondo scorrono di sottofondo le note di popolari canzoni dell'america anni 90. Le parole cantate si avviluppano a quelle che si scambiano i due charachters producendo un armonia scenica assoluta. Tante sono le scene che si potrebbero descrivere e le battute che si vorrebbero ricordare.
Intanto il film va avanti ed ogni tassello della personalità di Pat trova lentamente un suo adattivo incastro col resto della società.
Sarebbe banale portare la riflessione sul sottile confine tra normalità e follia. Piuttosto preferisco descrivere "il lato positivo". Come un puzzle scomponibile e rimontabile in base alla predisposizione del pubblico. Ognuno con il proprio modo di pensare lo monta a proprio piacimento ed allora si può intravedere una storia d'amore, un malcelato Truman Show a fin di bene, la storia di un fallimento esistenziale, così come di un salto verso il lato positivo della vita.
O semplicemente la storia di una grande scommessa. 

sabato 10 novembre 2012

Red lights

Con "Red Lights" esco completamente dall'isola felice di genere cinematografico sul quale sono abituata ad esprimermi. Pertanto all'inizio ho la crisi della pagina bianca...ho paura di non capire bene la trama: in genere i film che sconfinano con l'immaginazione seguono una logica poco terrena. Seguo la storia interrogandomi per ogni aspetto che mi coglie di sorpresa e vivo per tutto il tempo in uno stato di stupore e di attesa che l'orrido, il trucido si impossessi del mio sguardo lasciandomi sconvolta. Probabilmente ero rimasta un pò suggestionata dal trailer e dai racconti dei miei amici che avevano visto "Buried", il film di Rodrigo Cortès, regista di "Red Lights", uscito nelle sale un paio d'anni fa. Per tutto il film rimango affascinata da una trama in bilico tra metafora sociale e paranormalità allo stato puro. A rappresentare l'America della falsità e degli inganni c'è l'attore che maggiormente incarna l'icona del cinema americano: Robert De Niro. Col suo sguardo cieco coperto da occhiali imperscrutabili, De Niro monopolizza la necessità di credere nei potere ultraterreni ingannando milioni di americani attraverso spettacoli truccati. Nel frattempo gli scienziati si prodigano a trovare evidenze empiriche dei suoi poteri, mentre il giovane protagonista del film gioca le sue carte coi piedi per terra, fino al capovolgimento di ruoli finale. "Red Lights" cavalca furbescamente una universalità di tematiche riuscendo a trascinare qualsiasi spettatore, in quanto gli lascia carta bianca di scegliere che film vedere ed in quale questione sociale, morale o indagine psicologica rivedersi. Le metafore sono, infatti, così ampie che chiunque può vedervi il proprio film, ma al contempo la trama rimane abbastanza coi piedi per terra sventando il rischio di un viaggio onirico senza nè capo nè coda. Inutile e stereotipato il preludio iniziale, con inquadrature che tagliano i particolare e non solo, lasciando un senso di trasandatezza, ma resta il dubbio che anche questo effetto non sia voluto.

domenica 6 marzo 2011

Manuale d'amore 3

Da sempre nutro una sfegatata preferenza per il cinema italiano, che, per me, rappresenta un genere vero e proprio che non ha rivali nè in Europa, nè oltreoceano. La commedia all'italiana riesce a trasmettere una serenità ed un puro senso della bellezza che nemmeno il più riuscito film americano può eguagliare.

Partendo da queste premesse noto con grande rammarico come oggi il nostro cinema sia protagonista di una discesa vertiginosa nel livello di produzione. Manuale d'amore 3 ne è la prova. Non basta un titolo fortunato per fare un film altrettanto riuscito. Inoltre trovo che questa formula ad episodi sia ormai stata abbastanza cavalcata ed abusata da poter anche invocare una tregua. Manuale d'amore 3 è un film senza una idea originale che sia una. Nonostante il cast di stelle, che va a scomodare addirittura celebrità hollywoodiane del calibro di De Niro, il film vola d'un basso da rasentare lo schianto e la catastrofe totale. La sceneggiatura è ormai depauperata dall'usura: ormai non si sa più che cosa raccontare. Gli attori stessi sembrano addirittura annoiati e poco convinti. Persino il re della comicità italiana, Carlo Verdone seppur calato nel proprio personaggio che è poi quello che più gli è congeniale, annoia e non entusiasma come in genere è solito fare.

sabato 15 gennaio 2011

Vi presento i nostri


Ai tempi in cui uscirono in sala i due predecessi di questo film mi rifiutai categoricamente di farmi tentare da questa saga che poi con gli anni è diventata un vero e proprio fenomeno pop della cultura americana e non solo. La mia iniziazione al cinema demenziale americano è traumaticamente avvenuta con "Tutti pazzi per Mary"ed essendone stata molto delusa ho accortamente evitato tutti i film sospetti di similitudine, anche solo per il fatto di annoverare nel cast l'ormai emblematico volto di Ben Stiller. Alla fine, cioè oggi, ho ceduto alla tentazione di vedere quello che a questo punto definirei il cinepanettone formato americano. Probabilmente sono stata persuasa ad entrare in sala dalla popolarità che ormai hanno assunto alcune espressioni del film originario "Ti presento i miei", come essere fuori dal cerchio. Dopo aver studiato questo fenomeno direttamente da spettatrice in sala, oggi mi sento di non condividere questa comicità un pò grossier (francamente rimango fedele al buon caro, ormai anche vecchio Verdone), ma al contempo mi rendo conto che questo genere di film può avere un ruolo veramente catartico in quel genere di persone che vanno al cinema solo ed esclusivamente per svuotare il cervello. E soprattutto ho avuto modo di constatare che c'è di peggio.

domenica 14 novembre 2010

Stanno tutti bene


Nonostante il tema fosse palesemente strappalacrime e potesse fare un facilissimo scivolone nel patetico, "Stanno tutti bene" è un viaggio psicologico che rivela grandissima autenticità, nella mente di un uomo che si affaccia alla terza età ed alla solitudine. Mi ha fatto uno strano effetto vedere il più grande attore vivente Robert De Niro, che tutti ricordiamo in ruoli ben più movimentati, interpretare il ruolo di un quasi-vecchio. Al di là di questo si tratta di una storia che racconta con grande limpidezza e sincerità l'evoluzione dei rapporti familiari nell'arco di vita in America. Questa storia mi ha veramente emozionato, in buona parte per la sceneggiatura e la recitazione da asso nella manica di De Niro, per il resto mi ha ricordato molto la storia di alcuni miei lontani parenti italo-americani. Anche loro quattro fratelli in carriera sparpagliati per i vari stati degli USA, anche loro figli di genitori molto allenati a gestire i rapporti familiari con così grande distanza. In America funziona così.