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lunedì 13 maggio 2013

Limitless

Inquadrature grandangolari, situazioni oniriche, lo sguardo "strammato", prendendo in prestito il termine da Camilleri, del protagonista Bradley Cooper, "Limitless" incarna il sogno dell'uomo contemporaneo nato o adattato all'era digitale. Mai la psicologia cognitiva ed il funzionamento della mente sono state al centro delle fantasie di onnipotenza umane. Se nel corso della storia evolutiva dell'uomo, la sua potenza è stata rappresentata dalla forza fisica (da Hulk a Superman, tanto per citare qualche esempio cinematografico), oggi il differenziale si è spostato sulle capacità mentali. Basta entrare in una qualsiasi libreria fornita per imbattersi nella prolificazione di testi sul potenziamento delle capacità mentali.
"Limitless" riprende in chiave contemporanea il mito dell'onnipotenza cognitiva, capace non solo di fronteggiare, ma di padroneggiare e finalizzare quel bombardamento di informazioni che la nostra mente quotidianamente nella normalità filtra. Se Nietzsche parla di Oltreuomo riferendosi a "colui che è sopra gli uomini e li schiaccia", determinando i propri valori, in "Limitless" l'unico valore è la conoscenza perchè strumento di potere. Del resto lo si vede anche nella quotidiana vita lavorativa come chi detiene maggiore conoscenza  (il tanto di moda "know how")  sia più propenso al successo, comparativamente parlando.
Trattandosi di un fantasy il tema è affrontato in chiave possibilistica conferendo ad un' ipotetica pillola incolore il potere di rendere chi la assume privo di ogni filtro e barriera mentale e dotato dell' illimitata capacità di elaborare e gestire le informazioni. Il percorso di Cooper non è però semplice, presto l'onnipotenza diviene una dipendenza dall'idea di onnipotenza, ergo una forma di droga.
Il regista traccia con grande capacità di sintesi e dinamismo una parabola esistenziale egregiamente interpretata da Bradley Cooper e, facendo gioco sul simbolismo tipico del genere fantasy, apre una pista veramente "limitless" di riflessioni sull'uomo, le sue ambizioni e le sue capacità.

lunedì 14 gennaio 2013

Molto forte, incredibilmente vicino


Dal brillante regista di film introspettivi quali “The Hours” e “The Reader- Ad alta voce”, con “Molto forte, incredibilmente vicino”, Stephen Daldry decide di raccontare uno spezzone di storia americana. Partendo dalla trama dell’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer (2005), il regista trova un perfetto parallelismo tra la tragedia dello storico attentato alle torri gemelle a la ricerca della propria storia e di quella del padre da parte del protagonista di nove anni Oskar Skell. Se la figura paterna è incarnata da un Tom Hanks ormai diventato icona dell’identità e dell’orgoglio americano, il ruolo del figlio è interpretato da un eccellente Thomas Horn.

Per fortuna e purtroppo non posso entrare nel merito della comparazione della versione letteraria con quella cinematografica. Sicuramente la storia ben si presta ad una sua scritturazione patetica e piatta, ma il regista riesce tutto sommato a tirarsi fuori dal patetismo quasi assicurato. L’escamotage per non cedere ad una storia banalmente strappalacrime è quello di interpretare il dramma del figlio alla ricerca di tracce che diano un senso alla vita ed alla morte del padre in una sorta di ricerca riflesasa di sé stessi. La figura del padre diviene così solo un deus ex machina per portare il ragazzino ad uscire dal recinto delle proprie patinate certezze, avventurandosi in una creativa, vivace ed intensa caccia al tesoro alla ricerca di sé e di un senso per la propria vita. In quest’ottica “Molto forte, incredibilmente vicino” non è altro che un trattato informale di psicologia di sviluppo. In proposito vien da dire che il ruolo della madre Sandra Bullock è da manuale. Il suo modo inatteso di comportarsi, monitorando l’avventura del figlio, pur senza invadere le sue scoperte nè controllare o giudicare, coincide proprio con quello che tecnicamente è il ruolo del genitore che accompagna senza proteggere. Anche la madre di Oskar ha bisogno di trovare un senso all’accaduto, come membro della famiglia, anche lei ha subito un lutto importante, ma quando avverte il malessere del figlio trova la forza di disassopirsi dal torpore depressivo in cui l’evento scioccante della morte del marito l’aveva piombata.  Capisce che Oskar ha bisogno dei propri spazi e li rispetta, ma al contempo lo difende dai pericoli. Riesce,m così, nel difficile intento di difendersi dalla propria ansia senza limitare il desiderio legittimo di riscatto di suo figlio. Fin dove può arrivare il figlio con l’aiuto della madre? In quale pericoli può incorrere se lei lo lascia totalmente artefice del proprio destino? Ricostruisce così anche lei la mappa del percorso che il figlio deve attraversare. Ne anticipa silenziosamente le mosse come un Messia che viene angelicamente dal cielo.       

Se alcune scene sono poco registicamente interpretate e risultano un buon compito in classe d’effetto, il risultato finale comunica una grande profondità che lascia dimenticare alcuni scivoloni tecnici.