Visualizzazione post con etichetta francesca neri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta francesca neri. Mostra tutti i post

giovedì 13 dicembre 2012

Una famiglia perfetta


Nonostante l’alone generale che il film si trascina dietro ammicchi abbondantemente al cinepanettone, mi lascio trascinare in sala dal “legittimo sospetto” sollevato dal trailer. Qualcosa mi dice fin da subito che potrebbe non essere la solita trappola natalizia. In effetti l’ “asse” Castellitto-Giallini-Gerini già collaudato in “Non ti muovere” mi lascia se non altro incuriosita visto il successo del citato “trittico” nel film tratto dal celebre romanzo della Mazzantini.
 Una volta entrata in sala “Una famiglia perfetta” mi inonda con la creatività di un script veramente innovativo e fuori dagli schemi cinepattoneschi. Nonostante il film sia di matrice spiccatamente teatrale, la scenografia completamente realizzata in interni non va ad appesantire minimamente la resa del film nella sua interezza.
L’idea iniziale del regista è vulcanica e dirompente: non lascia spazio ad un eventuale riflessione su altri elementi critici del film, come la messa in scena di alcuni stereotipi. Il Natale diventa un teatro vero e proprio e Genovese riesce con leggerezza a condurre una riflessione profonda su quanto ci sia di autentico nel Natale. Se il personaggio di Castellitto non è proprio originale e ricorda un certo Scrooge di più antica memoria, l’idea della troupe che viene assoldata per fargli trascorrere un Natale in compagnia è veramente geniale, come lo è l’inizio ex-abrupto, che mi ha gettata in un iniziale senso di smarrimento.

venerdì 8 ottobre 2010

Una sconfinata giovinezza


Sconfinata è la tristezza che Pupi Avati riesce a comunicare raccontando magistalmente la sofferenza di una coppia in cui il protagonista Lino viene progressivamente aspirato della propria memoria, vittima del progressivo morbo di Alzheimer. Questo è però soprattutto un film sull'amore, sul prendersi cura, su chi rimane accanto a queste persone e le vede spegnersi gradualmente. Oltre a questo "Una sconfinata giovinezza" è una bellissima riflessione sulla memoria, non solo su quella che non rimane, ma anche su quella che resta. Lino, infatti, seppur venga gradualmente privato della memoria a breve termine e di quella di lavoro, continua a ricordare la propria infanzia, proprio nel modo deformato che è tipico dei ricordi. Sembra che Pupi Avati riesca come regista molto meglio quando racconta grandi sofferenze e drammi, molto più di quando si perde nella vuotezza di una storie quotidiane meno drammatiche. La malinconia è, infatti, una sua inconfondibile nota registica, che trova sua realizzazione e rappresentazione massima in questo genere di trame.

mercoledì 10 marzo 2010

Il papà di Giovanna


Questo film è la catarsi del dolore che ognuno di noi porta custodito nel proprio passato. Nella propria famiglia, attraverso i ricordi, le inevitabili constatazioni e le speranze che nullo sia vero e tutto all'improvviso cambi. Silvio Orlando è un professore, ma, prima di tutto, un padre qualsiasi, che, come tutti, sogna una vita felice per la propria figlia, ma si spinge a tal punto di progettarla a tavolino. Questo eccessivo protezionismo, di cui un genitore può sentirsi almeno una volta, nella propria vita, incriminato non poteva avere interprete migliore dell'attore più goffo ed imperfetto del nostro cinema sempre più holliwoodiano: Silvio Orlando. Questi, con l'understatement che lo contraddistingue, da una prova di recitazione indubbiamente all'altezza della Coppa Volpi. La trama è il vissuto di una famiglia borghese incastonata e ben amalgamata con la storia dell'Italia mussoliniana. Per quanto la recitazione del protagonista troneggi su quella di qualsiasi altro attore, persino sulla stessa Rohrwacher, il film non fa perno solo su di lui, ma l'atmosfera che riesce a ricreare è il perfetto emblema del disastro interiore che la famiglia sta subendo. Pupi Avati mantiene l'amore per la propria città, ma riesce ad incastonarvi una storia più viva in cui non si ha quella solita sensazione che manchi il pezzo più importante.