Visualizzazione post con etichetta fabrizio bentivoglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fabrizio bentivoglio. Mostra tutti i post

domenica 20 novembre 2011

Scialla!




Non avevo mai sentito nominare il regista di "Scialla!", ma se fosse stata un'opera prima mi sarei veramente stupita. Si intravede un talento nella stesura della sceneggiatura ed in effetti Francesco Bruni ha scritto i dialoghi di molti film azzeccati degli ultimi anni (da "La matassa" a "La prima cosa bella"). In particolare il personaggio di Bentivoglio, padre che cerca di recuperare, anzi costruire da zero il rapporto con un figlio che scopre improvvisamente di avere avuto quindici anni prima da una storia naufragata o mai esistita. Complice è il fatto che questo genere di "Character" sembri cucito addosso all'attore, che riesce a cogliere tutte le tonalità e le sfumature di questo ruolo.

Nonostante alcune scivolate buoniste nella trama, il film è sostanzialmente credibile ed il rapport padre-figlio trasmette un grande senso di autenticità. Anche il ritmo con cui gli eventi si avvicendano sembra essere azzeccato ed il regista riesce a sfornare un prodotto originale nonostante la trama lo avrebbe potuto portare verso una facile pista demagogica.




venerdì 8 ottobre 2010

Una sconfinata giovinezza


Sconfinata è la tristezza che Pupi Avati riesce a comunicare raccontando magistalmente la sofferenza di una coppia in cui il protagonista Lino viene progressivamente aspirato della propria memoria, vittima del progressivo morbo di Alzheimer. Questo è però soprattutto un film sull'amore, sul prendersi cura, su chi rimane accanto a queste persone e le vede spegnersi gradualmente. Oltre a questo "Una sconfinata giovinezza" è una bellissima riflessione sulla memoria, non solo su quella che non rimane, ma anche su quella che resta. Lino, infatti, seppur venga gradualmente privato della memoria a breve termine e di quella di lavoro, continua a ricordare la propria infanzia, proprio nel modo deformato che è tipico dei ricordi. Sembra che Pupi Avati riesca come regista molto meglio quando racconta grandi sofferenze e drammi, molto più di quando si perde nella vuotezza di una storie quotidiane meno drammatiche. La malinconia è, infatti, una sua inconfondibile nota registica, che trova sua realizzazione e rappresentazione massima in questo genere di trame.