giovedì 5 settembre 2013

Time

Vincitore del leone d oro al 69 o Festival di Venezia, Time è un film crudele. Ritrae l' altro lato della medaglia della passione che è l' odio: Quello estremo, che deturpa il corpo e l'anima. L' antinomia tra il candore, l' ordine, la pacatezza e la profonda spiritualità della cultura orientale e la brutalità profonda del senso di vendetta di un rapporto alla deriva, costituisce il valore massimo che il regista riesce a trasmettere. L' idea che anche in culture orientali il fisico diventi strumento di forte comunicazione e non di allusione a stati d animo intangibilmente eterei è un forte richiamo che il regista lancia verso la cultura del proprio popolo. Si fa così portavoce di un cambiamento o perlomeno instilla un profondo dubbio.
L' aspetto della trasformazione violenta del corpo riporta la mia mente, avvezza alle evocazioni in parallelo, al film di Almodovar "La pelle che abito", anche se si tratta di una pura libera associazione che mi sono concessa.

sabato 22 giugno 2013

Iron man

Un viaggio a ritroso nel mondo dei supereroi. Esco letteralmente dalla mia isola felice di film e risalgo il torrente partendo da The Avengers, approdo ad Iron man 3 nelle sale. Solo per ultimo arrivo a vedere il lievito madre per essere un pò burleschi e decò, del mondo dei supereroi: Iron Man. 
Ecco il primo vagito del grande successo di carriera di Robert Downey Jr.: dallo sguardo troppo impenetrabile e dalla mimica facciale eccessivamente seriosa da poter interpretare con eguale carisma un personaggio del mondo reale. Se Iron Man si propone come una sorta di Clark, la sua evoluzione necessita di una maggiore copertura tecnologica. Qui l'associazione passa subito da Superman a Robocop. 
Quando uscì quest'ultimo film ricordo che i miei occhi rimanevano disillusi di fronte ad una visione troppo cruda e coi pensieri di una bambina credevo che "di questo Robocop" nessuno se ne sarebbe mai ricordato, "soltanto forse mio fratello..." A distanza di vent'anni riconosco la grandezza laddove vedevo la banalità.
Iron man è un eroe umano, ma il suo cuore contiene componenti fantascientifici che lo rendono unico: preda e predatore al contempo dunque. Il pomo della discordia sta al centro del suo costato. Laddove simbolicamente l'uomo colloca le emozioni. Lì dentro Iron Man ha il differenziale massimo che lo distingue dalla specie umana. Così come il pomo della discordia non appartiene a nessuno ed è solo oggetto di contesa, così il segreto di Iron Man è conteso dai suoi rivali. Basta solo questa metafora facile, ma profonda per spiegare l'origine antropologica delle guerre. Robocop questo lo aveva già scoperto. Qual è allora il valore aggiunto di Iron Man? Sicuramente la risposta più facile è "gli effetti speciali", ma il vero tocco di classe sta nella sobrietà dei dettagli, che in un film baraccone per definizione conferisce un senso di equilibrio. Il dono della sintesi del regista non è da trascurare. Tante volte la messa in scena dell'assenza di confini di un supereroe fa dimenticare la presenza di confini negli spettatori, che spesso si trovano a dover affrontare la visione di pellicole temporalmente molto estese.

giovedì 23 maggio 2013

La grande bellezza

La grande bellezza è la provocazione di poter costruire un film montando tra di loro scene prive del più potente filo conduttore: la trama. Così, avvaledosi di una sceneggiatura che veramente spacca ogni schema, Sorrentino lascia che il protagonista si muova in diversi sketch e situazoni, la cui sequenza di montaggi può risultate talmente casuale da non riscotruire un filo logico speppur metaforico. Con citazioni felliniane oniriche e spunti dal cinema americano indipendente di Smoke, "La grande belle bellezza" rimane un prodotto altaenta oriiginale, in cui ogni scena meriterebbe  una pausa per poterla analizzarre il tutta la sua bellezza. Si esce da cinema intontiti ed immensi i un caleidoscopio di mmagini....
IL fill è una kermess di attori che celebrano il personalismo del protagonista, apparendo e scimparendo come niente fosse.Su di tutti domina l'indecifrabile recitazione di Toni Servillo.

lunedì 13 maggio 2013

Limitless

Inquadrature grandangolari, situazioni oniriche, lo sguardo "strammato", prendendo in prestito il termine da Camilleri, del protagonista Bradley Cooper, "Limitless" incarna il sogno dell'uomo contemporaneo nato o adattato all'era digitale. Mai la psicologia cognitiva ed il funzionamento della mente sono state al centro delle fantasie di onnipotenza umane. Se nel corso della storia evolutiva dell'uomo, la sua potenza è stata rappresentata dalla forza fisica (da Hulk a Superman, tanto per citare qualche esempio cinematografico), oggi il differenziale si è spostato sulle capacità mentali. Basta entrare in una qualsiasi libreria fornita per imbattersi nella prolificazione di testi sul potenziamento delle capacità mentali.
"Limitless" riprende in chiave contemporanea il mito dell'onnipotenza cognitiva, capace non solo di fronteggiare, ma di padroneggiare e finalizzare quel bombardamento di informazioni che la nostra mente quotidianamente nella normalità filtra. Se Nietzsche parla di Oltreuomo riferendosi a "colui che è sopra gli uomini e li schiaccia", determinando i propri valori, in "Limitless" l'unico valore è la conoscenza perchè strumento di potere. Del resto lo si vede anche nella quotidiana vita lavorativa come chi detiene maggiore conoscenza  (il tanto di moda "know how")  sia più propenso al successo, comparativamente parlando.
Trattandosi di un fantasy il tema è affrontato in chiave possibilistica conferendo ad un' ipotetica pillola incolore il potere di rendere chi la assume privo di ogni filtro e barriera mentale e dotato dell' illimitata capacità di elaborare e gestire le informazioni. Il percorso di Cooper non è però semplice, presto l'onnipotenza diviene una dipendenza dall'idea di onnipotenza, ergo una forma di droga.
Il regista traccia con grande capacità di sintesi e dinamismo una parabola esistenziale egregiamente interpretata da Bradley Cooper e, facendo gioco sul simbolismo tipico del genere fantasy, apre una pista veramente "limitless" di riflessioni sull'uomo, le sue ambizioni e le sue capacità.

lunedì 6 maggio 2013

Iron Man 3

Chi di voi non si ricorda "Robocop" (classe 1987)? Sembra oggi così candida la trasformazione dell'uomo in macchina, mentre all'epoca faceva quasi paura in noi figli degli anni '80. Già perchè il processo di  trasformazione dell'uomo in robot è partita in quegli anni, di cui ricordo è ora patinato. 
Eppure già negli anni del boom di Olivetti e di Happidays, il cinema cominciava ad esprimere il pensiero umano di una trasformazione radicale.... Iron Man non è altro che un uomo che si trasforma, ma il salto in lungo, e non di poco, sta nel suo mantenere l'identità originaria di essere umano. Partendo da Robocop il cinema di fantascienza attraversa un percorso che lo conduce all'identità doppia: all'Avatar. L'uomo non si trasforma del tutto, rimane un essere umano e può ritornarvi quando è non è più necessario essere invincibili. Del resto chi di noi non sogna di essere invincibile, di avere un secondo sè ed una seconda vita?
La saga dei Supereroi, di cui Iron Man 3 costituisce l'ultimo tassello, perlustra questo sogno di onnipotenza, ma anche di riscatto. Iron Man 3 è l'apoteosi di quello che forse nel mondo reale non succederà mai, ma con le nuove realizzazioni prototipiche che vengono dal Giappone probabilmente non è così "fuori dal mondo". Se dall'altra parte del globo, la tecnologia sta sperimentando forme robotiche dalla facies umana, capaci di selezionare tra diverse opzioni e percepire visivamente il contesto circostante, forse il regno di Iron Man non è così fantascientifico.
Questo mi frulla per la testa mentre assisto agli effetti speciali prevedibilmente sensazionali di una trama che rispetta la struttura standard di un action movie. Non conosco il personaggio di Iron Man e pur avendo visto "The Avengers", non sono in grado di effettuare una valutazione comparata. Si sa, che, come diceva Walter Veltroni, i "2" (o "3"), i sequel insomma peccano spesso di scarsa innovazione. Non avendo visto il primo episodio però ho trovato il film di livello medio, sia per quel che riguarda la sceneggiatura, che per la recitazione di Robert Downey jr..

lunedì 15 aprile 2013

Fight Club

Per anni il mio sguardo si è accidentalmente posato sul vhs di Fight Club: una delle poche videocassette della cineteca di una mia cugina. Correvano gli anni '90 e la visione di quel titolo mi trasportava con l' immaginazione dentro un miscuglio di mistero, paura e curiosità. A vent'anni di distanza mi ritrovo col DVD di Fight Club in mano, chiudo gli occhi ed affronto le sensazioni conturbanti di questi ricordi.
Fight Club è un film che rispecchia pienamente il mondo narrato dallo scrittore Chuck Palaniuk, tanto che non potrebbe che essere tratto da un suo libro. La tanto temuta violenza fisica del film, in realtà è un'inezia rispetto a quello che il cinema di oggi ci propone ed il livello al quale i media di oggi ci hanno addomesticato. Il vero aspetto conturbante, anzi disturbante è che la violenza narrata non è esteriore, ma rappresentazione della mente di una persona disturbata. Trattandosi dell'io narrante la questione si fa ancora più brutale perchè comporre il puzzle diventa veramente difficile: il discrimine tra realtà e delirio è nebulosamente intrigante, ma altrettanto inquientante. La schizofrenia è una malattia psichiatrica che si presta facilmente al cinema, proprio per il potere che ha di trasformare la vita quotidiana di una persona in un giallo.
La prima regola del Fight Club è non parlare mai del Fight Club. Stando così le cose e messi faticosamente in ordine i vari pezzi, mi chiedo se allora esista un Fight Club o se sia solo il frutto dell'immaginazione di Tyler che peraltro neanche esiste.
Da Psicologa mi verrebbe facile inoltrarmi in un'analisi di ogni pezzo di questo delirio, ma visto che si tratta di un film e non di una reale cartella clinica, mi limito a lanciare in rete le mie sconcertanti sensazioni sull'apocalittico mondo in cui naviga la mente del protagonista.
Tyler vuole vivere fuori dall'ordinario e la sceneggiatura è intrisa di massime condivisibili su come interpretare la vita. La prima regola di Tyler è infatti “Niente paura, niente distrazioni, la capacità di lasciarsi scivolare di dosso ciò che non conta.” Il vero asso di questa cupa pellicola sta proprio nel proporre continui ossimori tra ciò che Tyler dice ed il mondo che si crea attorno a lui. Gli aulici valori si scontrano con lo squallore delle sue azioni reali ed immaginarie che siano.

Mi piacerebbe concludere con una nota sulla pettinatura di Helena Bonham Carter, la ragazza con cui Luke ha una relazione o comunque con cui interagisce. Il suo personaggio costituisce il ponte con la normalità e trovo geniale l'aver voluto conferire un aspetto così assurdo anche alla portavoce della realtà, quasi a voler sdrammatizzare in maniera grottesca tutto l'orrore che il film propone.

Come un tuono

Come un tuono, la morte del "malvivente-per-necessità" Luke, irrompe nella vita del microcosmo in cui ognuno di noi costruisce la propria esistenza, ma in particolare di due persone: il poliziotto "colpevole" dell'uccisione ed il figlio di solo un anno al momento del misfatto.
"Come un tuono" corrisponde a140 minuti di film in cui si dipanano le strade delle rispettive coscienze di chi si è macchiato le mani di un delitto,seppur nella legalità, e di chi a questo sangue vuole dare un senso.
Pur eccedendo nella ridondanza descrittiva del personaggio di Luke nella prima ora di film, la storia si rianima nella seconda parte riscattandosi con un buon ritmo. Nonostante il regista riesca a non cadere mai nel patetico, non riesce però a sfuggire alla prevedibilità della trama, messa giù seguendo tutti i luoghi comuni del cinema americano. E di film simili ahimè ne sono stati sfornati tanti: "Molto forte incredibilmente vicino", tanto per citarne uno. Il parallelismo facile con altre trame rende difficile anche il finale, che a mio avviso è troppo narrato e poco cinematografico. Credo, infatti, che il cinema debba lasciare spazio all'immaginazione, non debba riempire di spiegazioni completive.
Deve rimanere qualche angolo in bianco, qualche parola mancante, una inquadratura spiazzante o una colonna sonora disallineata. Lo spettatore ha il diritto di scegliere come riempire queste sbavature,  a malavoglia anche, ma senza senza che gli sia precluso il gusto di proiettare un pò del suo mondo in quello che vede.