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sabato 16 maggio 2015

Il racconto dei racconti

L'ultimo film di Matteo Garrone si pone fin dal titolo come una fedele traduzione. La raccolta seicentesca di racconti del napoletano Giambattista Basile "Lo cunto de li cunti" viene accuratamente trasformata in un prodotto cinematografico dal titolo facilmente traducibile in americano. Fin da questo dettaglio l'impressione è di un atteggiamento di compiacenza del regista nei confronti del cinema spettacolare. Il labirinto in cui si perde Salma Hayek ricorda alcune atmosfere dei film di Tim Burton, così come trucco e acconciatura dell'attrice la rendono palesemente simile alla collega Helena Bonham Carter in "Alice in the Wonderland" dello stesso regista.  Se con "Gomorra" lo zoom era sceso su una tematica poco nobile, seppur comunicativamente potente della Campania, qui il regista sembra voler riscattare mediaticamente la Regione. 
"Il racconto dei racconti" è una raccolta di citazioni cinematografiche in cui lo storytelling tanto di moda al giorno d'oggi è narrativamente utilizzato in maniera poco sapiente. Se da un lato è il primo film italiano che abbia visto che si accolla l'onere di una strutturazione in racconti d'epoca, rimanendo al di fuori del genere della commedia all'italiana, dall'altro l'anima del film non è mai chiara. Alla base dello storytelling c'è infatti un valore universale da condividere. In particolare i racconti del '600 sono intrisi di archetipi alla base dell'educazione pedagogica e della società odierna. Tuttavia "Lo cunto de li cunti" non riesce mai a soffermarsi in maniera convinta sui simbolismi che cita: li descrive, ma non li rappresenta. Credo inoltre che il taglio impersonale del regista non convinca perchè non rientra nello stereotipo del cinema d'intrattenimento italiano. L'ultimo film di Garrone rappresenta una coraggiosa sfida registica non riuscita a tal punto da potersi meritare la presenza sulla Croisette 2015.

lunedì 15 aprile 2013

Fight Club

Per anni il mio sguardo si è accidentalmente posato sul vhs di Fight Club: una delle poche videocassette della cineteca di una mia cugina. Correvano gli anni '90 e la visione di quel titolo mi trasportava con l' immaginazione dentro un miscuglio di mistero, paura e curiosità. A vent'anni di distanza mi ritrovo col DVD di Fight Club in mano, chiudo gli occhi ed affronto le sensazioni conturbanti di questi ricordi.
Fight Club è un film che rispecchia pienamente il mondo narrato dallo scrittore Chuck Palaniuk, tanto che non potrebbe che essere tratto da un suo libro. La tanto temuta violenza fisica del film, in realtà è un'inezia rispetto a quello che il cinema di oggi ci propone ed il livello al quale i media di oggi ci hanno addomesticato. Il vero aspetto conturbante, anzi disturbante è che la violenza narrata non è esteriore, ma rappresentazione della mente di una persona disturbata. Trattandosi dell'io narrante la questione si fa ancora più brutale perchè comporre il puzzle diventa veramente difficile: il discrimine tra realtà e delirio è nebulosamente intrigante, ma altrettanto inquientante. La schizofrenia è una malattia psichiatrica che si presta facilmente al cinema, proprio per il potere che ha di trasformare la vita quotidiana di una persona in un giallo.
La prima regola del Fight Club è non parlare mai del Fight Club. Stando così le cose e messi faticosamente in ordine i vari pezzi, mi chiedo se allora esista un Fight Club o se sia solo il frutto dell'immaginazione di Tyler che peraltro neanche esiste.
Da Psicologa mi verrebbe facile inoltrarmi in un'analisi di ogni pezzo di questo delirio, ma visto che si tratta di un film e non di una reale cartella clinica, mi limito a lanciare in rete le mie sconcertanti sensazioni sull'apocalittico mondo in cui naviga la mente del protagonista.
Tyler vuole vivere fuori dall'ordinario e la sceneggiatura è intrisa di massime condivisibili su come interpretare la vita. La prima regola di Tyler è infatti “Niente paura, niente distrazioni, la capacità di lasciarsi scivolare di dosso ciò che non conta.” Il vero asso di questa cupa pellicola sta proprio nel proporre continui ossimori tra ciò che Tyler dice ed il mondo che si crea attorno a lui. Gli aulici valori si scontrano con lo squallore delle sue azioni reali ed immaginarie che siano.

Mi piacerebbe concludere con una nota sulla pettinatura di Helena Bonham Carter, la ragazza con cui Luke ha una relazione o comunque con cui interagisce. Il suo personaggio costituisce il ponte con la normalità e trovo geniale l'aver voluto conferire un aspetto così assurdo anche alla portavoce della realtà, quasi a voler sdrammatizzare in maniera grottesca tutto l'orrore che il film propone.

lunedì 7 febbraio 2011

Il discorso del re


La modernità de "Il discorso del re" è la cosa che più mi ha impressionato durante e dopo la visione. Entro in sala probabilmente con le aspettative sbagliate, pur premurandomi di andare ogni volta al cinema col minor numero di informazioni, ergo di aspettative. Eppure già l'aver capito dal trailer che si trattava di un film in costume, mi aveva influenzato abbastanza. Mi aspettavo, infatti, un'impeccabile biografia, ma certo non un geniale film sul tema della comunicazione, della persuasione. Tutte tematiche più che attuali. Non c'è solo l'aspetto dell'immagine ad avere un peso in questa trasposizione. "Il discorso del re" è la storia di quella che in gergo tecnico si potrebbe chiamare "una realizzazione professionale" e prima ancora personale. Il rapporto tra Jeoffrey Rush e Colin Firth è una bellissima rappresentazione cinematografica del rapporto coach-coachee. La balbuzie che inchioda il destino del futuro re Giorgio VI può addirittura diventare un punto di forza del suo modo di esporre, dando profondità e solennità al suo eloquio. Una vera lezione di consulenza d'immagine dunque. Il tutto incorniciato da una fotografia quantomai originale e quatomeno oleografica ed una strepitosa interpretazione di Jeoffrey Rush e Colin Firth.