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sabato 16 maggio 2015

Il racconto dei racconti

L'ultimo film di Matteo Garrone si pone fin dal titolo come una fedele traduzione. La raccolta seicentesca di racconti del napoletano Giambattista Basile "Lo cunto de li cunti" viene accuratamente trasformata in un prodotto cinematografico dal titolo facilmente traducibile in americano. Fin da questo dettaglio l'impressione è di un atteggiamento di compiacenza del regista nei confronti del cinema spettacolare. Il labirinto in cui si perde Salma Hayek ricorda alcune atmosfere dei film di Tim Burton, così come trucco e acconciatura dell'attrice la rendono palesemente simile alla collega Helena Bonham Carter in "Alice in the Wonderland" dello stesso regista.  Se con "Gomorra" lo zoom era sceso su una tematica poco nobile, seppur comunicativamente potente della Campania, qui il regista sembra voler riscattare mediaticamente la Regione. 
"Il racconto dei racconti" è una raccolta di citazioni cinematografiche in cui lo storytelling tanto di moda al giorno d'oggi è narrativamente utilizzato in maniera poco sapiente. Se da un lato è il primo film italiano che abbia visto che si accolla l'onere di una strutturazione in racconti d'epoca, rimanendo al di fuori del genere della commedia all'italiana, dall'altro l'anima del film non è mai chiara. Alla base dello storytelling c'è infatti un valore universale da condividere. In particolare i racconti del '600 sono intrisi di archetipi alla base dell'educazione pedagogica e della società odierna. Tuttavia "Lo cunto de li cunti" non riesce mai a soffermarsi in maniera convinta sui simbolismi che cita: li descrive, ma non li rappresenta. Credo inoltre che il taglio impersonale del regista non convinca perchè non rientra nello stereotipo del cinema d'intrattenimento italiano. L'ultimo film di Garrone rappresenta una coraggiosa sfida registica non riuscita a tal punto da potersi meritare la presenza sulla Croisette 2015.

sabato 29 settembre 2012

Reality

Il dopo Gomorra di Garrone fà largo ai sogni, quelli con la S maiuscola, rappresentandone il potere accecante tramite immagini sfarzose. Partendo dalle scene sfarzose di un matrimonio faraonico la storia sprofonda in modo sempre meno idilliaco e sempre più patologico.
Luciano è un verace pescivendolo di Napoli che vende di contrabbando robot da cucina improbabili quanto esteticamente repellenti. Una delle prime scene del film introduce lo slogan "Non dovete mai smettere di credere nei vostri sogni", ma la vita del protagonista finisce in un tunnel di schiavitù da essi, quando iniziano i provini del Grande Fratello. Garrone propone una trama adagiata su un letto di napoletanità perfettamente scolpito, ma la sua asserzione è molto profonda: il Grande Fratello può portare a creare falsi valori di successo fino a fare perdere il senso di realtà? Da psicologa mi sento di dire che una persona che perde l'esame di realtà a tal punto da pensare di essere spiata dal Grande Fratello e da regalare teatralmente tutti i propri beni al prossimo per fare vedere di esser degno del programma, ha nel reality solo l'evento scatenante di una patologia megalomane che si sarebbe comunque scatenata con altre modalità. Garrone vuol farci riflettere con immagini pittoresche e dialoghi in parte sottotitolati su dove sta andando una parte del mito del progresso e su quali valori abbraccia una determinata società. Non siamo, però, così fragili, non lo è la società. Il Grande Fratello non ha tutto questo potere ed aggiungo per fortuna.

domenica 4 aprile 2010

Primo amore


"Primo amore" è un film oscuro nei colori, nei personaggi delineati solo nei loro aspetti più patologici. Questa pellicola cerca di simbolizzare il tema dell'anoressia sintetizzando nei suoi due protagonisti le due anime contrapposte che convivono in una sola mente di chi è vittima di tale patologia. L'istinto di vita del corpo si contrappone alla maniacale tendenza verso la perfezione della mente. Detto ciò, il film non mi è sembrato godere di particolare originalità, nonostante sia ben costruito e recitato.