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mercoledì 11 dicembre 2013

Blue Jasmine

Ogni volta che entro in sala per una pellicola di Woody Allen ne cerco il volto terribilmente buffo ed il suo eloquio tipicamente forgiato di termini come prosaico, faresaico ecc.. Non incrociando il suo sguardo sullo schermo sento il suo mondo interiore diffondersi nell' aria che respirano le protagoniste. Jasmine e sua sorella sono le due anime di Woody, ambizione, smarrimento esistenziale e valoriale l' una e nevrosi quotidiane l' altra. Alta borghesia e proletariato. Come in molte sue pellicole la sceneggiatura è al limite con il genere teatrale. Le battute sono argute ed i personaggi profondi. La "grande bellezza" della vita mondana di Jasmine perde sempre più la già melliflua consistenza iniziale. Il suo personaggio si costruisce e destruttura al contempo, man mano che i minuti passano.Questo processo di narrazione (psic)analitica va di pari passo con lo svelarsi della verità sulla vita di Jasmine. Uno scenario noir si prospetta per lo spettatore. Dopo aver costruito una filmografia che spazia da " La rosa purpurea del Cairo"a "Match point", con " Blue Jasmine" Woody Allen fonde nevrosi, mistero e doppio sé.

domenica 16 maggio 2010

Robin Hood


148 minuti all'americana. 28 in più rispetto alla regola generale delle due ore. Probabilmente poteva essere tagliata qualche scena all'inizio. E' che ormai debordare dalla durata convenzionale sembra essere un vezzo dei grandi registi made in USA (e non solo...) che vogliono far ricadere maggiore attenzione sul loro ultimo presunto capolavoro. Questa puntualizzazione tecnica è prevedibile per chi, leggendomi, ormai sa che credo che difficilmente un film oltre le due ore riesca a tenere il ritmo. A parte questo, la nuova versione di "Robin Hood" firmata da Ridley Scott si distingue per l'utilizzo di una strategia sulla cresta dell'onda nella produzione americana d'annata: fare leva sul piano temporale, giocando, in questo caso, d'anticipo. Lo si è già visto in "Alice in the Wonderland", in cui la Alice che lo spettatore si trova davanti è un pò più grande di quanto ci si ricordasse. Del resto si tratta di un escamotage che consente di rendere più facile l'originalità di narrazioni altrimenti trite e ritrite. In questo caso Robin Longstride non è ancora il fuorilegge Robin Hood. Eppure i valori che contraddistinguono la storia originaria non sono traditi e Ridley Scott si sbizzarrisce in una pittoresca ricostruzione dell'Inghilterra del '200. La teatralità degli scontri che costituiscono buona parte della pellicola mi ha fatto riflettere sui diversi valori che contraddistinguevano i popoli di una volta. La guerra in particolar modo era vissuta in maniera così inevitabile. Il mettere a rischio la propria vita per difendere patriotticamente la propria terra sembra ancora più incomprensibile se si pensa che non c'erano per contro governi democratici e tutelatori dei diritti dei combattenti. Inoltre rispetto ad oggi è da notare come una volta era il re stesso che scendeva in campo, per combattere e difendere la propria terra, rischiando la propria vita. Viene da sorridere se per un momento si prova a sostituire la faccia di Re Giovanni con quella di Berlusconi.

lunedì 15 marzo 2010

The Aviator


"The Aviator" mi ha trasmesso un forte senso di fatica: si trascina troppo. Esagerato in tutto, tempi compresi rischia di rendere questo limite troppo pesante. La storia di per sè, mi ha troppo intrigato. Mi piace questa interpretazione della follia, così ben delineata e caratterizzata in modo così elegante. Inoltre l'idea dell'aviatore è una bella metafora della vita del folle: che parte dalla realtà per distaccarvisi. Inoltre i colori così poco realistici di alcune scene (che mi hanno ricordato molto "The Talented Mr. Replay") rendono molto bene l'idea di queste forti, fulgide, contrastanti emozioni che attraversano l'anima del decollatore. Peccato che la storia si sarebbe potuta concludere anche due sequenze prima, lasciando più fiato al pathos di quest'animo travagliato che, a mio parere, è già esplorato sotto ogni più sottile sfumatura, anche prima del processo. Continuo a sostenere che gli americani si sentano sempre obbligati a rappresentare una precisa scaletta di valori. Non si azzarderebbero mai a tralasciarne qualcuno inviando alla loro audience una lezione di vita incompresa.