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giovedì 28 aprile 2011

Sèraphine

Sèraphine è l'interessante parabola di una donna di servizio, umiliata come queste figure lo erano, ancora di più, nei primi del novecento, che diventa un'artista e scopre il suo talento nascosto. Fin qui il film sembra una riconoscibile lezioncina ben confezionata su come chiunque meriti di più di un degradante mestiere di cameriera. Eppure fin dal primo quadro che Sèraphine produce si annusa il sospetto che il film prenderà un'altra piega. Il fatto che l'artefatto insignito di cotanti elogi è un innocente e infantile disegno di fiori, getta lo spettatore in una dimensione di surrealtà. Si passa, così, da un triste realismo che dipinge la condizione sociale di questa donna, ad un crescendo di situazioni paradossali che conducono lo spettatore in una dimensione più vicina a quella sognata dalla protagonista, che non reale. Si nota sempre più lo scollamento tra la realtà in cui Sèraphine vive e le sue aspirazioni. La scena in cui la silenziosa protagonista realizza il suo sogno di comprare un vestito da sposa, senza che vi sia uno sposo reale, nè la fantasia di un'amore non corrisposto, rappresenta l'apice di questa ascesi verso la follia.

Il film è scenograficamente povero come semplice è lo scenario psichico che anima la protagonista. Le battute in bocca a Sèraphine si contano sulla punta delle dita e tutto si ancora alla sconvolgente interpretazione di Yolande Moreau, vincitrice per questa interpretazione al Festival di Cannes 2010.









lunedì 20 dicembre 2010

L'esplosivo piano di Bazil


Troverei molto interessante una analisi psichiatrica della mente di Jeunet. Trovo, infatti, qualcosa di profondamente malato ed al contempo geniale nel suo modo di concepire e girare film. Stavolta l'esplosione vera è quella dell'immaginazione e della fantasia che perdono quell'alone di mistero che c'era in "Il favoloso mondo di Amelie", ma al contempo guadagnano un ritmo migliore rispetto a "Una lunga domenica di passioni". La mente di Jeunet riesce a rastrellare dalla memoria più antica tutti quei pensieri tipici dell'infanzia, in cui mancano ancora alcune capacità del ragionamento. La trama narrata stavolta sembra esattamente quella uscita da un gioco infantile di gruppo. Quante volte da piccoli si è gioito della presenza di scatoloni di cartone casualmente e temporaneamente disponibili in casa? Quante volte ci siamo nascosti dentro sperando di riuscire ad essere flessibili come la ragazza del film? Quante armi abbiamo fabbricato?Tutte queste idee poi razionalizzate dal tempo, sono qui contemplate nella purezza del momento del loro concepimento. Un film irresistibile e profondo.

mercoledì 10 novembre 2010

Mammuth


Il mastodontico Mammuth del film ha il volto disarmante di Gerard Depardieu, il quale interpreta il secondo film di fila (dopo "Potiche") sul tema del lavoro. Si direbbe che anche la Francia stia cominciando ad avvertire l'influsso della crisi lavorativa, fornendo diverse rappresentazioni del mondo del lavoro. Eppure "Mammuth", pur partendo dal dramma di un operaio che al termine della sua carriera, scopre di non avere una pensione, perchè non gli sono stati versati i contributi dalle aziende, in realtà è un candido ritratto della terza età, rappresentata con immagini di alta poesia. Il nostro protagonista sale a cavallo del suo catorcio (come lo definisce la moglie) di moto, che è l'emblema degli strumenti che egli detiene per affrontare i problemi della vita, e parte. Alla ricerca degli intoppi burocratici ed esistenziali che gli impediscono di godersi la vecchiaia. Questo viaggio sulle tracce anche di sè stesso è filmato con una pellicola dai colori molto saturi, che danno un'idea di atemporalità ed intimità. Alla fine ciò che mi è rimasto dentro è un senso di grande solidità interiore, trasmesso dal mastodontico fisico rassicurante di Depardieu e dal suo tornare a casa con serenità da un viaggio alla scoperta di aspetti anche non troppo desiderabili di sè.