"Di nuovo in gioco" è l'ultimo film prodotto da Clint Eastwood. La sua assenza alla regia in un film tipicamente nel suo stile crea un enorme buco nero entro il quale il film si perde. La pellicola viene inesorabilmente trascinata verso un remake melodrammatico pergiunta malriuscito del capolavoro "Gran Torino". Se lo scenario del baseball si pone come esca efficace, il film non si incentra mai su tematiche sportive, virando furbescamente da subito verso la narrazione del rapporto padre-figlia. La recitazione graffiata di Clint, riesce a regalare solo qualche sfumatura più profonda ad un personaggio piatto e maldiretto. La parabola sul talento risulta un'idea accattivante, ma viene esplorata con un condimento di luoghi comuni da rasentare la nausea. Quel che resta è una operazione commerciale riuscita a metà per chi non ha mai visto "Gran Torino" e per tutti gli altri semplicemente un prodotto furbo e manieristico.
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lunedì 3 dicembre 2012
domenica 12 febbraio 2012
Fino a prova contraria

Sconvolta dalla finezza di capolavori come "Million dollar baby" e "Gran Torino", mi avventuro nella ricerca a ritroso di altri film di Clint Eastwood. Mi imbatto così in "Fino a prova contraria", pellicola del non così lontano 1999. Il viso del regista attore comincia già ad essere solcato dalle rughe anche se rimane invariata l'inconfondibile astuzia del suo sguardo. Nonostante la regia non sia così banale va notato come già il tema della pena di morte negli USA sia stato toccato con successo nel '95 con il popolare "Dead man walking". Il film di Eastwood è ben fatto, ma al contempo molto patetico e poco originale. Il montaggio ed i dialoghi sono da classico film americano sui diritti umani. Nulla avvince in particolar modo anche se nel complesso il film non è da buttare. Sicuramente il film va anche visto come una presa di posizione del regista nei confronti del tema della pena di morte.
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mercoledì 5 gennaio 2011
Hereafter

Dopo il deludente Invictus, il grande Clint ritorna a dirigere un grande film, riuscendo a trattare il tema della veggenza e della sensitività, con una grande profondità. Mai avrei pensato che si potesse parlare di un tema così ai miei occhi vacuo e poco realistico, dandogli un tocco così autentico e credibile. Ciò che mi ha spinto nella sala a vedere un film con una trama che avrei assolutamente evitato, è stato proprio il fatto che il regista sia un un ottantenne e non un ragazzo fantasioso. Ed infatti le mie vaghe aspettative non sono state tradite. Clint dall'alto della sua esperienza cinematografica ,ma anche e soprattutto dall'alto della sua età in generale, sa affrontare il tema del passaggio all'al di là con grande curiosità. Il film non incupisce, anzi sembra un viaggio nella parte misteriosa che c'è dentro ognuno di noi. Il vero leit motiv del film è, infatti, quanto sia lecito conoscere nella vita. Tale quesito è declinato, nei riguardi del proprio passato, del passato di chi si incontra. Parlare del passato che non si conosce, dunque anche dell'inconscio, rimanda automaticamente ad una riflessione sul futuro. Oltre ad essere un film che induce ad alte riflessioni è anche tecnicamente di alta qualità. La regia è attenta ad ogni dettaglio e per rimanere in tema con il messaggio del film, nulla è dato al caso. Straordinaria la scena in cui Matt Damon imbocca con un cucchiaino una ragazza bendata durante una lezione di cucina. Formidabile in quella scena la scelta di "Nessun dorma" come colonna sonora.
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martedì 9 marzo 2010
Million dollar baby

La vita attraverso un ring. Le emozioni sono strazianti e poi esaltanti. I poli opposti della gloria e della umiliazione della fama e dell'abbandono si concentrano in modo un pò troppo stereotipato in questo film. Se in America si parla spesso di politically correct, questa "ragazza da un milione di dollari" è il ritratto di una vita "ethically correct", decisamente. Il sogno di gloria che è in tutti noi, qui si materializza nella metafora del ring in cui emerge l'aspetto meno umano della vita. Per questa centratura simbolica temevo non mi sarebbe piaciuta questa rappresentazione dell'esistenza. La cruenza dello sport per me va, infatti, contro l'istinto della vita stesso e e trovo macabro anche questo tipo di divertimento. Inoltre, essendo un film a tema, temevo un eccessivo tecnicismo linguistico, invece, i dialoghi riescono nella loro essenziale asciuttezza e fare un perfetto slalom tra i due principali rischi, senza inforcare nemmeno uno di questi paletti. Non si scade nel sentimentalismo perchè i dialoghi sono serrati ed essenziali: gloria ed abbandono sono raccontati dalle emozioni, tanto che il rapporto tra il pugile e l'allenatore è palesemente allusivo al rapporto genitore-figlio. Quello che di questo film non perdono è, in conclusione, l'ingordigia della sua storia, tipico dello stile hollywoodiano, pretende di raccontare la vita in ogni suo aspetto: nel bene e nel male, come se ogni film dovesse essere una lezione di vita completa ed esaustiva. Eppure anche per questo è un film da gustare. Nel bene e nel male.
giovedì 4 marzo 2010
Invictus

Non era facile per Clint Eastwood, dopo un film come Gran Torino, una piccola grande storia, ammaliare lo spettatore con un film che parte già da una una storia grande, anzi dalla Storia. Forse per questo il regista preferisce zoomare su un particolare della vita di Mandela: la vittoria del torneo di rugby da parte della squadra sudafricana, compiendo un gesto che poteva essere provocatorio ed invece scade in una metafora facile e banale. Nonostante questo il film scorre senza intoppi, come tante altre pellicole biografiche americane, senza rinunciare a trionfalismi patriottici e ralenti a effetto. Tanta retorica può essere tollerabile in un regista americano, ma non nel più grande regista americano. L'attesa che questa pellicola ha mietuto crea negli spettatori, infatti, l'aspettativa di qualcosa di più e di diverso, mentre "Invictus" rimane una buona e "corretta" narrazione, troppo patriottica per essere documentaristica e troppo superficiale per dirsi romanzata. Va, comunque, concesso ad Eastwood il merito di aver voluto raccontare una grande storia antiamericana.
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