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giovedì 15 aprile 2010

Basilicata coast to coast


Lo spirito di questo film è svelato senza lasciare alcun segreto dal titolo stesso. Un film "rom" che a tratti mi ha ricordato alcune scene gitane di Kusturica, ma che sostanzialmente mira a regalare uno zoom cinematografico ad una di quelle regioni del sud Italia dimenticate dalle telecamere: la Lucania. Essa si presenta nella sua desolazione e nella sua aridità, che avrebbe anche il suo fascino se non fosse oggi deturpata da quelle centinaia di pale eoliche che nessuna regione del resto d'Italia vorrebbe installate sulle forme delle proprie colline. La band del film si chiama proprio ironicamente "Pale eoliche" e la sventura di questa terra va di pari passo con quella dei protagonisti che sono in cerca della loro strada. Questo ultimo aspetto mi ha ricordato un'altro film sul meridione visto da un meridionale: "L'abbuffata" di Calopresti, complice la compresenza di Paolo Briguglia nel cast. Nonostante l'intento sia quello di fare un piccolo omaggio artistico ad una terra povera regalandole la possibilità di un successo sul grande schermo, la trama rimane troppo appiattita da questa appartenenza del film ad un genere un pò troppo circoscritto, che finisce col mozzarne il respiro.

domenica 28 marzo 2010

L'abbuffata


Calabria, amata, odiata terra di povertà, dimenticata da tutti e lambita da un mare che soffoca e dà speranza. E' questo il pensiero di Calopresti mentre cerca di scoprire qualcosa per cui valga la pena di tornare. In un irrazionale quanto visionario fluire di immagini e situazioni improbabili, questo film si compone faticosamente pezzo dopo pezzo. All'inizio sembra che nemmeno il regista sappia cosa voglia raccontare. Le prime scene sono sconnesse e da documentario. Piano piano una flebile quanto improbabile trama prende poveramente corpo ed il film sembra lì per lì, un disastro. Se non che viene da pensare che tutto ciò sia voluto: che veramente che questo senso di improvvisazione, che aleggia ridondantemente su tutte le scene non sia altro che l'emblema della terra che racconta. La Calabria è infatti una terra di transito, senza un'identità consapevole, dove il mare è l'elemento selvaggio ed immenso, che illumina, con la sua assenza di confini, piccoli, sconosciuti luoghi senza speranza, laddove i sogni vivono nell'anima degli abitanti senza pretendere troppo spazio.
La trama sembra, allora, raffazzonata come la terra che racconta; una terra simile ad un bambino piccolo pieno di energie e di risorse sconosciute e pieno di semplicità. Una terra come una borsa in cui ancora frugare, dove le star del cinema sono ancora sconosciute, ma comunque osannate perchè provenienti da un mondo superiore. Tutto procede nel modo meno credibile possibile, alimentando un'attesa grottesca che esplode nella scena finale in cui si sente un forte richiamo alle atmosfere gitane di Kusturica.
Da meridionale ho amato questo film proprio per i limiti che racconta e per questo tocco di irrealtà che con una folata di vento riesce a far dimenticare quello che inconsapevolmente si è.