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sabato 23 novembre 2013

Venere in pelliccia

Prima di riuscire a scrivere qualcosa di incisivo sul capolavoro "Venere in pelliccia", bisogna lasciare che il complesso script si sedimenti nelle ore dei giorni successivi. Una volta uscita dalla sala ho avuto la strana sensazione di un sovraffaticamento cognitivo e di una esaltazione emotiva. Solo un regista come Roman Polanski, autore di duelli verbali dello stesso calibro come quelli di "Carnage", poteva riuscire ad inchiodarmi sulla poltrona per quasi due ore, proiettandomi una sala teatrale buia con una scarna scenografia e facendomici tuffare con così tanto coinvolgimento.
Emmanuelle Seigner, moglie di Polanski, interpreta un'attrice camaleontica e dal ruolo camaleontico: già perchè in "Venere in pelliccia" tutto è doppio. Il doppio gioco tra recitazione e vita, il ribaltamento dei ruoli tra regista e attore, l'ossimoro tra complessità narrativa e fisicità del contenuto narrato. Tutto questo viene messo in scena con sensualità ed intellettualismo. Il film sul sessimo si ribalta continuamente, spiazzandomi  così come rimane spiazzato il protagonista della pellicola che è l'adattatore dell'opera narrata. A tratti la realtà del film si confonde con la piece dentro il film, interpretando al meglio il teatro pirandelliano. 
Polanski non è sicuramente il primo autore ad avere interpretato liberamente l'opera di Pirandello. Ricordo ad esempio "La rosa purpurea del Cairo" di un altro paroliere del cinema mondiale: Woody Allen. Andai a vedere quel film proprio quando stavo studiando il grande narratore siciliano al Liceo. 
Ciò che rende unico il film di Polanski è la capacità di mettere assieme livelli narrativi diversi e coniugare epoche e mondi culturali, visioni sociali e rappresentazioni psicologiche interiori, e poi ancora l'introspezione freudiana applicata al gioco degli attori, tirando in ballo non solo quelli che lo sono sulla scena, ma anche quelli che lo sono nella vita. L'equilibrio di coppia è interpretato in chiave ottocentesca e poi reinterpretato in chiave moderna, sino a diventare una fotografia ad alta definizione del rapporto amoroso postmoderno.
Il tutto è incorniciato in una parentesi di incipit- fine surreale e magrittiano.
Ecco cos'è stata per me questa Venere in pelliccia.
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mercoledì 5 maggio 2010

Gli amori folli


Surreale, romantico, lento, dalla sceneggiatura affinata e debordante: non poteva non essere un film di Resnais. Chi non vorrebbe a 86 anni riuscira ancora a dirigere delle piccole chicche come questa? La follia del titolo dilaga un pò in tutto il film, nonostante in realtà alcuni passaggi come l'incipit risultanto eccellentemente studiati e poco "folli". La seduzione che la sequenza iniziale esercita sullo spettatore sembra seguire le regole del cinema di una volta. Tutto sembra un pò datato nello stile e nell'ambientazione, ma ciò non conferisce alla storia una connotazione negativa, arricchendola,invece, di fascino. Gli attori, poi, sono perfettamente calati nel ruolo e rendono questa storia così poco reale ed un pò onirica, stranamente così reale.