"Non essere cattivo": tre sono le parole impresse sull'orsacchiotto che il protagonista dallo sguardo sospeso su un mondo moralmente decaduto regala alla figlia. Cesare non è cattivo e ce lo dimostrano le innumerevoli scene dalla intensità emotiva romantica e appassionata. Basterebbero solo alcune di queste per convincere lo spettatore che l'ultimo film di Caligari merita non solo di rappresentare l'Italia all'estero, ma anche di vincere la statuetta 2016 di fine Febbraio. La matrice documentarista di Caligari si intuisce dall'indagine sociale del soggetto e del suo contesto, senza soffocare la trama, ma rafforzandone l'intensità. La pellicola può essere vista, infatti, come un profondo trattato di morale esistenziale, che non sentenzia, ma descrive il mondo di Cesare e Vittorio. I loro personaggi sono disegnati ed interpretati con una nitidezza surreale, che spiazza lo spettatore abituato all'ambiguità comunicativa di simili character. Se torbide sono le loro vite, così non è per le loro anime, guidate da un bestiale spirito di sopravvivenza. Man mano che la pellicola avanza, una divina misericordia si cristallizza sulle loro azioni e sullo sguardo spaesato di Luca Marinelli, interprete di Cesare, che avrebbe meritato la Coppa Volpi 2016. "Non essere cattivo" descrive le debolezze dell'uomo. Disegna in modo netto l'ignoranza che regna sovrana su un mondo piegato dall'assenza di un modello di vita sano.
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giovedì 1 ottobre 2015
lunedì 15 ottobre 2012
Tutti i santi giorni
Paolo Virzì si è sempre contraddistinto per la regia di film originali e di uno spessore insolito: da “Ovosodo” a “La prima cosa bella”. Con “Tutti i santi giorni” il regista toscano fa un tonfo nell’ovvietà con una storia melensa e personaggi poco credibili. Se da un lato la recitazione degli sconosciuti attori protagonisti è sicuramente ragguardevole, dall’altro i loro personaggi sono fin troppo macchiettistici. La trama è forte e viene raccontata con l’inconfondibile binomio di leggerezza e profondità dei film di Virzì, ma sembra perdere d’occhio proprio il focus centrale su cui si era concentrata. Una bella riflessione sulla genitorialità viene trasformata in una inutile cronaca di una storia d’amore, come se il cinema dovesse per forza spiegare tutto: dall’ inizio alla fine. Nonostante ciò la scena della panchina merita, sia per la recitazione degli attori, che per il tono con cui è narrata, l’intero biglietto.
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sabato 11 settembre 2010
La solitudine dei numeri primi

Ho letto il libro di Paolo Giordano in un tetro inverno difficile della mia vita. Mi piaceva lo sguardo della ragazza in copertina. Ricordava vagamente quello di Jasmine Trinca. Lo ho comprato per questo. Ancora non era scoppiato il caso. Così come non era ancora scoppiato quando ho visto a 14 anni Titanic, al primo spettacolo delle ore 16. Quando lo ho letto mi ha colpito al cuore, probabilmente non troppo critico per via della nullità delle aspettative. Chi non si sente un numero primo, scagli, infatti la prima pietra. Tutti sentiamo, infatti, di essere unici e l'altra faccia di questa medaglia è il temere di non essere come gli altri. Mattia ha abbandonato la sorella che le era stata affidata dalla madre quando era bambino, e da allora non l'ha più ritrovata. Convive per tutta la sua infanzia, adolescenza, e vita adulta con questa consapevolezza. Alice per non tradire le aspettative del padre affronta sugli sci una terribile tormenta di neve e ne rimane storpiata nel corpo e ferita nell'anima. In quale vita umana non c'è mai stato almeno uno strappo?Un rimorso? Una ferita. Il fisico Giordano sa raccontare questa banalissima legge statistica nel modo più creativo ed originale possibile. Io credo che il suo successo sia stato del tutto meritato. Per questo non era per nulla facile aspettarsi una buona riuscita cinematografica. Non è facile raccontare quel genere di angosce mantenendo intatto il candore della giovinezza in cui sono vissute. Costanzo, inoltre, ha una predilezione per narrazioni un pò cupe ed ascetiche (vedi In memoria di me), ma in questo caso il tanto dibattuto "horror" messo al centro durante il Festival di Venezia riesce a tutelare l'autenticità dei sentimenti dei protagonisti. All'inizio i continui flash-back rendono un pò tortuoso seguire la pellicola, ma rendono in un secondo momento più intrigante la storia stessa, in quanto il punto focale è cronologicamente all'inizio della vita dei protagonisti e c'era il rischio di bruciarsi subito i passaggi migliori della trama. In quanto alle atmosfere cupe non mi sono sembrate eccessive, ma funzionali al racconto di una sofferenza che c'è, ma che non rimane un qualcosa di alienante, ma fonte di unione e consolazione reciproca.
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